All’inizio degli anni Novanta erano un’impresa a carattere provinciale. Oggi sono uno dei marchi più forti nel mercato italiano del latte fresco e dei prodotti lattiero-caseari biologici industriali.
Granarolo è passata da un fatturato di 350 miliardi di lire all’inizio degli anni Novanta agli 850 milioni di euro del 2004. Perché invece di inseguire la finanza ha scommesso sulla qualità: sono 35 le certificazioni sul fronte della qualità, dell’etica e dell’impegno ambientale ottenute dall’azienda.
Alle fondamenta c’è una politica di forte legame col territorio e di valorizzazione integrale della filiera, certificata dall’alimentazione delle mucche fino alla consegna nel negozio.
C’è un’attenzione maniacale alla qualità della materia prima, che vuol dire un esame continuo per tutti i soci della cooperativa e un sistema che premia chi produce il latte migliore.
Ma la qualità del prodotto, secondo Granarolo, non può andare disgiunta dalla responsabilità sociale. Una convinzione inscritta nella natura cooperativa dell’azienda e coltivata negli anni. Granarolo si è data un codice etico: sei principi (trasparenza, equità, correttezza, coerenza, eccellenza, cooperazione) e norme di relazione con dipendenti, clienti, fornitori, banche, organizzazioni non governative, gruppi di opinione. E poi gli aiuti alle Ong: per ogni euro versato dai dipendenti l’azienda ne aggiunge un altro.
E i progetti di solidarietà all’estero: uno per lo sviluppo in Tanzania di un caseificio, l’altro in Brasile, per la formazione di un’impresa cooperativa che coinvolge 4 mila contadini. Granarolo, nel 2003, è stata la prima azienda agroalimentare italiana ad aver ottenuto la certificazione etica.
L’unica strada percorribile è quella della qualità. Dobbiamo dare valore ai nostri prodotti tipici, come gli svizzeri e i francesi fanno da tempo: investire sull’ambiente, sulla qualità e sui valori immateriali è un elemento di strategia d’impresa che dà ritorni nel tempo.
Luciano Sita, presidente Granarolo
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