Nel 1970 a Montefalco ne erano rimasti meno di 10 ettari, e il poco Sagrantino prodotto era destinato esclusivamente all’autoconsumo. Oggi gli ettari sono 700, il valore dei terreni è cresciuto di 30 volte in vent’anni; la ‘Strada del Sagrantino’, creata nel 2000, ha prodotto 150 posti di lavoro, 25 milioni di euro di investimenti, il raddoppio dei posti letto negli alberghi e un effetto traino per il museo civico, che è arrivato a ospitare 40 mila visitatori all’anno.
Tra l’estinzione incombente e l’attuale rinascita di un vino che oggi trovate fin nei migliori ristoranti del mondo, c’è l’approdo di Marco Caprai all’arte del vino. Figlio di un imprenditore tessile, riesce a fare delle vigne di Montefalco un gioiello produttivo che l’ha portato a conquistare il titolo ambitissimo di Cantina dell’anno assegnato da Slow Food e Gambero Rosso.
Un successo centrato tutto sulla ricerca della qualità - nel 1990 Caprai fatturava 500 mila euro vendendo 400 mila bottiglie, oggi arriva a 5 milioni di euro con 650 mila bottiglie – che nasce quando il recupero della tradizione ha incontrato l’innovazione più spinta. Grazie alla strettissima collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università Statale di Milano, è stata realizzata una ‘schedatura’ genetica del Sagrantino: un inventario delle caratteristiche del vitigno, quelle dominanti, largamente diffuse e quelle recessive, conservate solo in poche piante.
Come fosse un caso da manuale di ecologia, oggi le vigne di Marco Caprai sono la biodiversità calata tra i filari: una miscela ponderata dei tanti genotipi di Sagrantino che, insieme, concorrono a produrre quel vino che dal 1997 gli merita i Tre Bicchieri dei Vini d’Italia.
Il Sagrantino è l’espressione della cultura di Montefalco, di una tradizione millenaria, di un’intera comunità che ha fatto di questo vino un elemento di coesione sociale; fuori dal contesto sarebbe un falso.
Marco Caprai
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